Farla finita col centrodestra, è il tempo del sovranismo

15.02.2016

Peggio di un governo antinazionale potè solo il centrodestra. Si potrebbe riassumere così la condizione in cui versa oggi quell’agglomerato di forze liberali, conservatrici e identitarie totalmente prive di bussola. Chi ha seguito le polemiche apparse su queste pagine, si renderà conto che era già stato tutto previsto da più d’uno. Nell’arco di pochi mesi, se non settimane, la spinta propulsiva che Matteo Salvini stava imprimendo alla politica italiana, costringendo tutti a seguirlo sui temi da lui imposti, si è esaurita, lasciando dietro di sé più di qualche rimpianto per quel che poteva essere e (finora) non è stato. In quel lasso di tempo vitale e contraddittorio, il movimento politico Sovranità ha giocato un fondamentale ruolo di sponda, di rettifica e stimolo alle persistenti anomalie del Carroccio. In questo momento di stasi di tutto quel potenziale s’intravede ben poco, per mancanza di lungimiranza, pazienza e soprattutto di coraggio – c’è il rischio di perdere un’occasione che non è detto ritorni presto. La politica è in primo luogo l’ambito in cui si scontrano volontà divergenti, in cui cioè un discorso minoritario punta a farsi maggioritario e dominante. Perché ciò accada bisogna prima di tutto definire il nemico e definire se stessi: fare una professione d’identità e di fedeltà a dei principi.

Questo risulta evidentemente impossibile quando, come fa da anni Forza Italia, tutto si appiattisce in un ondivago collaborazionismo filo-governativo. D’altronde il discorso liberale, cosmopolita, umanista e consumistico è penetrato a tal punto nello spettro politico da accomunare la stragrande maggioranza delle forze parlamentari e non. La politica perde la sua autentica natura di conflitto tra amico-nemico, tra “noi” e “loro”, per diventare uno squallido spettacolo di traffichini e parolai senza capo né coda. L’infelice uscita di Giorgia Meloni, che proponeva Rita Dalla Chiesa a candidata sindaco di Roma, dimostra quanta poca distanza esista tra un mondo che dovrebbe fondarsi su una visione del mondo specifica e su una cultura ricca, nobile e dissidente, e la visione dominante liberal-democratica. La politica si riduce a spettacolo, a oggetto di consumo a intermittenza, di cui non ci si preoccupa di capire e dominare le dinamiche. Nomi qualificati nobilitano i programmi politici.
Se questa sia ignoranza, pigrizia o malafede poco importa, il risultato è la disintegrazione della destra italiana, la sua impotenza su ogni piano: culturale, mediatico, economico e politico. La destra è inesistente, non impone temi, non sprona e condiziona il dibattito, non guida tendenze artistiche e culturali, non promuove i suoi attori, musicisti e scrittori come dovrebbe e così via.

Tutto questo accade per mancanza di coraggio, per debolezza di carattere, per sudditanza psicologica. Matteo Renzi ha qualche lato positivo da cui chiunque intenda fare politica, a qualsiasi livello, dovrebbe trarre spunto. Il premier ha saputo fare delle sue debolezze dei punti di forza con cui illudere i suoi avversari, interni ed esterni. Si è mostrato agnello ma si è comportato da sciacallo. Si continua a rinfacciargli la mancata rottamazione dei vecchi arnesi di partito, ma non si osserva mai abbastanza con quale saldezza, sfrontatezza e sfacciataggine ha imposto suoi uomini di fiducia nei posti che contano. Da parte sua la destra ha evitato di fare i conti con se stessa, con la sua storia e la sua cultura, accettando supinamente schemi mentali e comportamentali importati da oltreoceano, svuotando completamente di contenuti la sua proposta. Ha perso la gioia della sfida, l’orgoglio della dissidenza. Il compito di un movimento politico che voglia incidere sulla realtà è quello di radicarsi sul territorio, irradiando attivamente il suo potenziale in tutti i campi della vita quotidiana. Per fare ciò bisogna avere il coraggio di scegliere il nemico e di comprendere se stessi, lanciando idee-forza capaci di penetrare a fondo nel tessuto popolare.

Le parole sono importanti e il fatto che per anni l’accusa di “razzista” sia suonata come un mantra buono a squalificare ogni interlocutore ne è la dimostrazione. Fortunatamente almeno in Italia il potere di questa parolina magica è ormai da tempo in crisi, ma altre formulette ancora sopravvivono nell’immaginario moralista del mondo spettacolarizzato. Le parole sono importanti dunque perchè sintetizzano un contenuto, aprono orizzonti di comprensione immediata, evocano immagini mentali più incisive di lunghi discorsi. Ecco quindi che la destra, o meglio un fronte sovranista e identitario, dovrebbe iniziare a dare un nome ai suoi nemici, a nominarli uno per uno, a portarli sul banco degli imputati e come un grande inquisitore tenerli sotto torchio, con tenace insistenza. Dettare le regole del dibattito e avere il coraggio di imporre ovunque i suoi uomini, i suoi contenuti, la sua cultura. Ma per fare ciò ci vogliono gli uomini, il coraggio e la volontà. Elementi che in alcune delle cerchie migliori non mancano e che potrebbero davvero fornire uno sprone folgorante ad avanzare e vincere. La vittoria reale del Front National – che peraltro ha molti aspetti discutibili – si fonda sul coraggio di non compromettersi con i partiti sistemici e sulla capacità di penetrare ogni strato sociale col suo messaggio. Per quel che riguarda l’Italia, finché le cose non cambieranno, non avremo nessun Front National, e le vittorie figlie del compromesso e del tradimento, saranno sempre delle sconfitte.

http://www.ilprimatonazionale.it/politica/farla-finita-centrodestra-tempo-sovranismo-39803/