Ancora un terremoto in Italia. Preservarne la bellezza e la vita di chi la abita è la vera priorità per la politica

27.10.2016
E' sbagliato voler cercare capri espiatori di fronte a simili cataclismi naturali, ma c'è bisogno di un cambio di paradigma nella classe politica e nell'opinione pubblica per limitare i danni provocati da simili catastrofi e risanare il dissestato territorio italiano.

L’opinione pubblica italiana era ancora tutta concentrata nella stucchevole polemica imbastita contro gli abitanti di Goro e Gorino, i due paesini emiliani dove la popolazione si era ribellata all’insediamento coatto e non negoziato di alcuni immigrati, quando la natura ha ricordato al paese quali sono i drammatici problemi ai quali l’Italia dovrebbe in questo momento fare fronte.

Ieri sera c’è stata infatti un’ennesima scossa di terremoto, di magnitudo 5.4, seguita dopo due ore da un’altra scossa più forte, 5.9. Epicentro a Castelsantangelo sul Nera, in provincia di Macerata. Anche mentre scriviamo si è da poco avvertita un’altra scossa molto forte, di magnitudo 4.4.

Tutta la dorsale appenninica da Roma in su, fino addirittura a Bolzano, è stata scossa da quest’ennesimo cataclisma. Fortunatamente, fino a questo momento, non ci sono stati morti, ma gli antichi borghi umbri e marchigiani sono stati nuovamente danneggiati, nuovamente colpiti e sfregiati dopo i terremoti degli ultimi anni.

Tutto questo mentre gli sfollati di Arquata e dell’ultimo terremoto estivo avvertivano, anche loro, la nuova scossa, patendo oltre al panico, il freddo e il gelo di chi ancora non ha ricevuto le casette promesse (mentre da comodi salotti ci si indignava per il mancato alloggiamento dei rifugiati).

E’ un pezzo di storia italiana, europea e mondiale che rischia di scomparire, devastata da terremoti che si susseguono nel Centro Italia con cadenza quasi annuale.

Marche, Umbria, Emilia, Lazio, Abruzzo, nessuna regione è stata risparmiata, interi comuni sono stati praticamente rasi al suolo, con il loro carico di arte e storia, una città importante e bellissima come l’Aquila è ancora ridotta ad un insediamento fantasma.

Quanto c’entra l’opera dell’uomo con tutto questo? Fin dove si può spingere il mea culpa delle popolazioni e delle classi dirigenti di fronte a simili disastri? O forse occorrerebbe semplicemente rassegnarsi di fronte alla potenza ridestatasi dei Monti Sibillini, da cui hanno origine i sommovimenti, famosi nell’antichità per l’inquietante e magica energia che li caratterizzava?

In realtà l’uomo non è esente da responsabilità. Anche senza lasciarsi prendere dall’isteria che sempre pervade la gente, più o meno istruita, di fronte a simili tragedie, che sfocia nella ricerca di un qualunque capro espiatorio, la fragilità del territorio italiano è stata troppo pregiudicata dall’operato dell’uomo in questi ultimi settant’anni per non accettare di sottostare ad un duro esame di coscienza.

Non solo perché l’effetto dei terremoti è aggravato da un patrimonio immobiliare che per il 70% è stato costruito prescindendo da qualunque criterio antisismico.
L’Italia in questi anni non è stata devastata soltanto dai sommovimenti tellurici.

Frane, dissesto idrogeologico, devastazione di coste e foreste prodotto da un’attività edilizia indiscriminata. C’è anche tutto questo accanto ai terremoti.

E le colpe non ricadono soltanto su una classe politica che ha completamente trascurato la manutenzione ordinaria del territorio, nonostante i richiami provenienti soprattutto da eminenti geologi.

Anche la scarsa attenzione verso le regole urbanistiche, perfino sugli edifici di proprietà pubblica, spesso imputata agli amministratori locali, non è frutto soltanto dell’insolenza dei partiti politici italiani.

La popolazione, tutti gli italiani, non sono esenti da colpe. L’imbroglio, il raggiro, l’abuso sono un costume nazionale profondamente radicato, accanto, evidentemente, allo scarso amore per la propria terra e il paesaggio, l’ambiente e la storia che la caratterizzano.

C’è un paradigma comportamentale che ha dato origine ad una parte consistente del dissesto del territorio italiano.

Girando il paese è facile trovarsi dinanzi agli occhi scempi ambientali quali la conurbazione densissimamente popolata che circonda il Vesuvio, la cui esplosione, pur imprevedibile nei tempi, è assolutamente certa e potrebbe provocare un’ecatombe; o la megalopoli che senza soluzione di continuità, partendo dalla Puglia, percorre l’intera costa Adriatica fino a Venezia; oppure, ancora, le sconfinate periferie di Roma, che ieri pure ha avvertito la scossa: una città che nel corso dei lunghi secoli della sua storia è stata più volte duramente colpita da terremoti, sebbene nessuno sembri più ricordarsene.

Di questa cementificazione selvaggia non sono colpevoli solo le classi dirigenti.

Per troppi anni si è preferito praticare un’edilizia estensiva e di scarsa qualità, piuttosto che manutenere lo splendido patrimonio immobiliare ereditato dagli antenati degli attuali italiani.

E’ tardi per invertire la rotta? Per favorire un cambio di paradigma culturale? In larga misura forse sì, ma non tutto è perduto.

Si può intervenire con un immenso lavoro di riqualificazione ambientale, geologica ed ingegneristica e provare a proteggere vite umane e secoli di storia e di bellezza.

Questo, però, vuol dire darsi priorità strategiche, progettare ed immaginare il paese come sarà nei prossimi decenni, con strategie da statisti e non da politicanti di piccolo cabotaggio.

E servono i soldi. Nella redazione del Bilancio dello Stato i governi devono scegliere cosa è davvero indispensabile e cosa lo è meno per il bene del paese nel lungo periodo e non ragionare con un orizzonte che si ferma alle prossime elezioni.

Nella penuria di risorse bisogna avere il coraggio di decidere. Invece di abbaiare alla Luna come il premier Renzi spesso fa, quando si rivolge all’Europa, bisogna redigere piani concreti e coerenti, con obiettivi precisi e sui quali non si è disposti a negoziare.

Se la scelta è avere maggiore flessibilità sulle spese per gli immigrati o, invece, per la bonifica del territorio italiano dai disastri compiuti negli ultimi decenni, accompagnata dalla massima prevenzione possibile da mettere in campo per attenuare la fragilità del territorio italiano, un governo serio ed un’opinione pubblica attenta non hanno molto da pensarci su quale sia la strada da intraprendere.