Al via domani a New York la conferenza internazionale sulla Libia

21.09.2016
Rimettere ordine nel caos libico resta una sfida decisiva per l'Italia. In gioco la salvaguardia dei suoi primari interessi energetici e geopolitici

Mentre è ancora incerta la sorte dei due italiani rapiti nella cittadina di Ghat, nella regione meridionale del Fezzan, in Libia, domani si aprirà a New York, a margine della 71° Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la conferenza ministeriale sulla Libia presieduta dai titolari degli Affari Esteri di Italia e Stati Uniti, Paolo Gentiloni e John Kerry.

Le posizioni tra le varie fazioni in lotta restano distanti, ma, soprattutto, è oramai chiaro che il paese è diviso in due blocchi territoriali sostanzialmente autonomi l’uno dall’altro: la Tripolitania e l’ovest fino a Sirte, controllato dal governo di Tripoli, ufficialmente riconosciuto dall’ONU e guidato da al-Sarraj e la Cirenaica ad Est, amministrata dal parlamento di Tobruk e che vede nel generale, ormai feldmaresciallo, Khalifa Haftar il vero uomo forte della situazione, in particolare dopo che il suo Esercito Nazionale Libico (LNA) ha preso possesso dei terminal della Mezzaluna petrolifera.

Sul terreno gli uomini del generale hanno continuato anche oggi a guadagnare posizioni, riprendendo l'avanzata verso ovest e conquistando, in base a quanto riferito sul sito web di LNA, il villaggio di Harawa, a circa una cinquantina di chilometri a est di Sirte. Le forze armate legate a Tobruk si stanno, dunque,  avvicinando alla città dove sono impegnate le milizie di Misurata legate a Tripoli che combattono l'Isis. Proprio ad Harawa si era rifugiato Ibrahim Jedran, capo delle guardie petrolifere che nei giorni scorsi era stato sconfitto da Haftar e cacciato dai terminal della Mezzaluna.

D’altra parte Haftar può rivendicare in questa fase non solo i suoi successi militari, ma soprattutto quelli politici, primo fra tutti il ripristino della produzione petrolifera e delle esportazioni di greggio nella zona orientale del paese.  Oggi, per la prima volta dal 2014, una petroliera ha lasciato il terminal di Ras Lanuf con un carico di 780mila barili per l'Italia. Inoltre, il presidente egiziano al-Sisi, grande protettore di Haftar, ha fatto sentire da New York la sua voce, affermando che  "le forze armate libiche dovrebbero avere la possibilità di combattere il terrorismo",  riferendosi indirettamente all'autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna), non può ricevere armi a causa dell'embargo Onu in vigore dal 2011.

Quanto alla conferenza di domani, al centro dei colloqui potrebbe esserci la creazione di un Consiglio militare aperto alla partecipazione Khalifa Haftar. Secondo gli accordi politici di Shkirat, il ruolo di capo delle forze armate libiche spetterebbe al capo del Consiglio di presidenza libico, Fayez al Sarraj, ma per ora il Consiglio Nazionale di Tobruk e il suo presidente, Aguila Saleh, non sembrano intenzionati a dare il via libera ai vertici riconosciuti dalle Nazioni Unite e hanno respinto la lista dei ministri proposta da Tripoli.

La diplomazia e l'intelligence di Italia e Stati Uniti stanno lavorando con gli interlocutori vicini ad Haftar per cercare una soluzione condivisa della crisi. A rivelarlo è stato lo stesso ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni la scorsa settimana in una comunicazione alle commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato. "Usa e Italia stanno lavorando per tessere una trama di dialogo tra le diverse componenti libiche, includendo anche Haftar", aveva detto Gentiloni. In tal senso, aveva proseguito il ministro, è importante che Ali al Qatrani, membro filo-Haftar del Consiglio presidenziale, abbia proposto un consiglio militare congiunto guidato dal premier incaricato, Fayez al Sarraj, e di cui dovrebbe far parte anche Haftar. "Non e' una proposta perfetta, ma è indice del fatto che il lavoro diplomatico e di intelligence che l'Italia e gli Stati Uniti stanno portando avanti può portare a dei risultati", aveva detto Gentiloni.

La partita libica, decisiva per l’Italia, è però insidiosa e complicata. Non solo le innumerevoli fazioni impegnate sul campo contribuiscono a rendere arduo tenere il bandolo della matassa, ma anche l’atteggiamento delle varie potenze occidentali, Francia innanzitutto, ma pure Regno Unito, sono un serio ostacolo al raggiungimento di un accordo che salvi l’unità del paese, che è il vero obiettivo dell’Italia. Varie potenze, invece, occidentali, ma anche arabe e mediorientali, non disdegnerebbero di dividersi le spoglie del failure state libico, favorendo lo smembramento del territorio. Un’ipotesi catastrofica per l’Italia sia per i suoi interessi energetici, sia nell’ottica di porre un freno all’ondata migratoria nel Mediterraneo.

Proprio per rafforzare il suo ruolo di paese guida in Libia, Roma ha deciso di avviare l’operazione Ippocrate e la costruzione di un ospedale da campo a Misurata. Una presenza militare dovrebbe dare maggiore peso all’azione diplomatica italiana, anche se questo espone a dei rischi considerevoli. Soprattutto in questo momento l’Italia appare troppo sbilanciata dalla parte di Sarraj.

Secondo un rapporto stilato dal CESI (Centro Studi Internazionali), firmato da Gabriele Iacovino, l’Italia ha il know-how necessario per giocare un ruolo di primo piano in Libia. Deve però cercare di non farsi tirare troppo dalla parte di Sarraj e mantenere la barra dritta rispetto ai propri obiettivi. Deve ad ogni costo mantenere un dialogo serrato con Haftar e, aggiungiamo, con l’Egitto che lo sostiene, sebbene la qualità dei rapporti tra Roma e Il Cairo sia stata fortemente deteriorata dalla vicenda della tragica e misteriosa morte del ricercatore Giulio Regeni. Soprattutto, secondo Iacovino, sarebbe fondamentale per l’Italia riuscire ad avvicinare alle sue posizioni e a coinvolgere nella sua azione politico-diplomatica la Russia. Mosca è di giorno in giorno sempre più impegnata nel Mediterraneo, innanzitutto in virtù della sua presenza in Siria al fianco di Assad, come dimostra anche la decisione del ministro della Difesa Shoigu di inviarvi la portaerei Ammiraglio Kuznetsov, e vanta un’interlocuzione importante con il presidente egiziano al-Sisi.

In ogni caso è difficile ipotizzare che la conferenza di domani possa rivelarsi alla fine decisiva. La partita da giocare in Libia è ancora molto lunga.