Unire le comunità, la sfida per la politica futura

30.11.2016

Le ultime settimane di questo 2016 offriranno numerose informazioni su come molti dei popoli europei andranno a riorganizzare il proprio quadro politico.

Le prime scosse e sorprese (anche se forse non sono state del tutto tali) sono arrivate dal referendum sulla Brexit e l’elezione di Trump, passando per l’annullamento delle elezioni presidenziali in Austria dove, nel silenzio generale dei grandi media, competizione dovrà ripetersi perché i giudici austriaci hanno accertato numerose e decisive irregolarità nel ballottaggio del 22 maggio.

Sembra che dopo anni di austerità, progressismo liberal principalmente ispirato dal vangelo radical chic e dall’apatia del corpo elettorale nei confronti dei propri rappresentanti qualcosa stia mutando nella idea di futuro, e soprattutto di presente, che i popoli europei (e non solo) intendono costruire. Mai come ora potrebbe accadere di tutto perché l’eccessiva polarizzazione e divisione sulle posizioni assunte in numerosi contesti e soprattutto la considerazione negativa dell’establishment al comando rende il quadro davvero incerto.

Sarebbe quindi opportuno, per coloro i quali sono chiamati o si candidano ad esercitare il ruolo di rappresentanti del proprio popolo e della propria terra, cominciare a ragionare ed organizzare una visione ed una proposta politica capace di rappresentare un collante per una larga parte di comunità. Unire le comunità: ecco l'obiettivo, questa la sfida più impopolare, ma indispensabile, nei tempi attuali.

Per farlo non bastano i pallottolieri utili a far quadrare i conti ed aggregare i cosiddetti capibastone per raccogliere quanti più voti possibile. Al fine di unire una comunità è necessario che si delinei o si faccia riferimento ad un orizzonte di senso al quale ispirarsi ovvero a valori di riferimento chiari ed obiettivi altrettanto precisi. Per tanto, troppo tempo, si è rincorso il consenso elettorale di chiunque e l’assenso mediatico del pubblico senza badare a quanto, su lungo periodo, ciò possa essere controproducente.

Le comunità si uniscono proponendo e soprattutto attuando un’azione politica volta non al perseguimento fumoso di fini moralistici, ma piuttosto al raggiungimento di obiettivi concreti in termini di partecipazione dei cittadini, di qualita' dei servizi, di promozione di meccanismi volti alla premialità del merito, di effettive forme di tutela degli interessi delle comunità di appartenenza ecc… Il tutto sulla base di una strategia sicuramente partecipata, ma soprattutto chiara ed evidente.

Troppo male hanno fatto alla politica, specialmente italiana, le tossine del moralismo e del “politicamente corretto a prescindere” il cui unico effetto è stato quello di far diventare, nel migliore dei casi, il confronto di idee uno scontro tra tifoserie. Spesso si è trasceso in una totale delegittimazione umana dell’avversario politico considerato un nemico da eliminare. Sarebbe ora di provare a costruire una nuova prospettiva politica capace di ripensare la comunità nella sua interezza: forse è giunta l’ora di porre fine alle divisioni in guelfi e ghibellini su ogni singolo tema, di smetterla di vedere il male ovunque dando sfogo ai peggiori istinti in nome di un concetto di giustizia e di purezza morale troppo spesso vagheggiato e vaneggiato, ma mai perseguito.

Tutto ciò sarebbe possibile senza ipocrisie se solo si offrissero alle proprie comunità esempi di un impegno ispirato alla chiarezza dei principi ed alla concretezza delle azioni. Il mondo dell’apparenza è quello in cui la parola (l’impegno preso), anche se forbita e ben comunicata, resta lettera morta e non si tramuta in azione. Alla lunga ciò porta all’esasperazione perché l’apparenza non è la realtà ed il fumo acceca. Tuttavia è bene ricordare anche che i governanti, in democrazia, non si auto-eleggono, ma sono scelti dai cittadini ed è per questo che essi stessi dovrebbero lavorare all’interno della comunità per rinsaldare il proprio legame meta-politico avviando e favorendo processi di rinnovamento culturale in grado di promuovere la formazione di classi dirigenti (non lo sono solo i politici) pronte ad affrontare la sfida del cambiamento senza lasciarsi vincere dai soli interessi particolari, siano essi di una piccola porzione della società o addirittua individuali.

È una sfida ardua, ma necessaria. Se non decidiamo di affrontarla perderemo tutto quanto costruito con sforzi e sacrifici in millenni di storia, ma soprattutto saremo destinati ad essere sopraffatti dalla tecnica, dalla dittatura del desiderio e dal primato del mercato finendo per svilire totalmente l’umanità. Tornare al primato della politica capace di guidare i processi storici ed umani e quindi il ritorno alla formazione ed all’impegno ispirato da grandi visioni è qualcosa che va ben oltre la sfida di un referendum o di alcune proposte di legge, per quanto importanti esse siano, perché riguarda il futuro della comunità nel suo complesso e soprattutto la sua difesa.