L'uomo nell'era dell'"Automatismo"

26.09.2016
Siamo ormai giunti ormai in un nuovo stadio della modernità: il Post-umano. Viviamo l'era dell'Automatismo che ci travolge. L'unica speranza è tornare in noi stessi e riscoprire un orizzonte di senso nel nome dell'identità e della comunità di appartenenza

Prima come un fiume carsico, poi apertamente, è diventato predominante in numerosi contesti e ambienti culturali il dibattitto sull’identità. Sia che se ne parli difendendo il portato identitario che fa di un popolo, una nazione, ciò che essi sono, sia che se ne parli per delegittimare tout court l’importanza ed il ruolo dell’identità in un mondo in cui il “confine” sembra essere diventato qualcosa di negativo in senso assoluto. Eppure siamo nati uscendo da un confine e, volendo estremizzare, tutta la nostra vita come singole persone o comunità avviene partendo dal riconoscimento di confini da superare o entro cui restare. L’impressione è che alla maggioranza degli osservatori e dei commentatori non riesca a cogliere un dato fondamentale: siamo in un’epoca storica in cui sta avendo luogo il superamento di uno dei confini apparentemente più insignificanti per le masse, ma che sarà destinato nei prossimi anni a rivoluzionare ancora di più le loro vite, ossia quello che ci conduce nell’era del post-umano. L’era in cui la tecnica sarà chiaramente il fulcro attorno al quale crescerà e si svilupperà la vita degli uomini con una modalità che l’uomo non ha mai conosciuto nel corso della sua millenaria storia.

L’era della tecnica dominante si caratterizza per:
- l’integrazione definitiva degli strumenti elettronici con il cervello ed il corpo umano
- la sostituzione degli uomini con i computer per attività fino ad ora ad appannaggio dell’uomo, non solo in catena di montaggio, ma anche per quelle come le diagnosi di una malattia
- il restringimento degli spazi e delle distanze dei singoli individui e delle comunità
- la scomparsa, nei fatti, della sfera privata.

Forse la parola che meglio potrà descrivere questa nuova era sarà “automatismo”. Il frutto della capacità del tutto umana di “fare” ed inventare cose per migliorare la propria condizione inizia ormai a “vivere” una propria vita sempre più disconnessa dal legame con l’uomo. I processi corrono veloci sulle ali della tecnica e ciò che ha impiegato centinaia di anni per svilupparsi e consolidarsi, ora muta con accelerazioni mai viste prima, rispecchiando o mutuando queste velocità nell’immagine che le società e gli individui hanno di sé e del proprio futuro. Non c’è una prospettiva, un qualcosa o per dirla con qualcuno che ne sa più di noi, un orizzonte di senso cui tendere. Esiste solo l’appagamento ed il consumo dell’attimo che passa con automatismi che nulla hanno a che vedere con una dimensione capace di andare oltre. Oltre la merce, oltre l’utile, oltre il successo momentaneo.  Tutto è divenuto misurabile poiché tutto è avvolto dalla coperta della tecnica: apparentemente ci protegge dal freddo, ma in realtà ci avvolge in una dimensione di cui non è più possibile fare a meno (almeno così pare) e in cui nulla viene escluso dal “freddo” ed anonimo processo calcolante.

La tecnica ha invaso anche la politica attraverso la finanza: non più di carne e sangue, non più di sogni e cuore, non più di passione e futuro parla ormai la politica, ma di tecnicismi su come impostare nuove tasse, raggiungere obiettivi e pareggi di bilancio. Anche il perseguimento del benessere sociale non è più una priorità. Quello che conta è la quadratura dei conti in se stessa e non in vista di un progetto politico per l’intera comunità, ma solo per i pochi che detengono le leve della finanza e per quelli che vi ubbidiscono direttamente. Una parte o meglio un mezzo, uno strumento, è diventato il fine. Non è la prima volta e non sarà l’ultima perché è proprio della natura dell’uomo essere fallace ed innamorarsi della cosa sbagliata, ma la grandezza dell’uomo, nella sua infinità caducità, è proprio quella di dover capire come migliorarsi.

Sono tempi difficili quelli che viviamo e non lo si scopre di certo oggi; da più parti è stata invocata una rinascita, una presa di coscienza eppure, forse, i tempi sono più duri di quanto sembri in realtà. La coltre di nebbia che avvolge le comunità umane è costituita da nuove catene e controlli: invisibili e non per questo meno efficaci. Anzi. Media, tracciabilità degli spostamenti, intercettazioni e così via sono strumenti più o meno invisibili, ma capaci di svolgere appieno il loro lavoro. In mani sbagliate conducono all’instaurazione di moderni regimi di coercizione.
Il confine che abbiamo varcato ha di fatto trasformato anche l’uomo in merce: è possibile acquistare una vita umana creata in laboratorio. Faust non è più una grande opera letteraria ed un mito di denuncia, è la realtà. Scomparsi i confini geografici e tangibili, sono spariti anche i limiti dettati dalla convinzione dell’inviolabilità della persona elaborata nel corso di millenni. Un tempo la domanda cardine della nostra esistenza era “Perché?”, oggi è stata sostituita da “Come e quanto?”.  Non ci sono più “folli voli” in cui gettarsi, ma solo nuovi spazi da occupare. A differenza di quanto avveniva fino a qualche tempo fa, ciò non avviene per la sola voglia di conquista (in tutti i campi) dell’uomo, ma accade in automatico.

Proviamo a fermarci un momento: pensiamo davvero che l’uomo possa bloccare senza colpo ferire tutto quanto ha creato? Pensiamo davvero che l’uomo in quanto essere pensante sia libero di gestire “Big Data” – la rappresentazione plastica e sintetica di come la nozione sia diventata il potere – oppure le macchine che da qui ai prossimi dieci o venti anni produrranno senza l’ausilio umano le proprie diagnosi mediche e ci seguiranno nell’assistenza?

Non può farlo, perché nonostante proprio l’essere umano abbia abbiamo il tasto “avvio” del processo, ora egli stesso è parte del meccanismo e desidera quanto esso gli “offre”. Non c’è una visione organica di quanto accade, una costellazione di senso che dalle élites alle persone più ai margini, anche se in modo diverso, riesca ad offrire un senso, o una ricerca di esso, capace di rendere consapevoli quanto si vive. Tutto è un caos ordinato dalla Tecnica. Ciascuno beneficia dei singoli prodotti di questo caos e si gode il proprio attimo e nemmeno le tragedie, che pure fino a qualche tempo fa squarciavano l’orizzonte e richiamavano l’uomo a una riflessione seria su se stesso, riescono a tirarci fuori da tutto ciò. Un tempo il cielo, lo spazio, erano confini da superare per capire il nostro posto nel cosmo. Ora sono né più né meno che una strada veloce che ci porta in luoghi prima lontani dove spesso troviamo esattamente ciò che abbiamo lasciato a casa oppure sono un luogo, non solo da colonizzare, ma dove far sviluppare il mercato del turismo dei grandi capitali. In questa iper-connessione senza più spazi, cancellati da un volo di aerei e mezzi sempre più veloci, se non addirittura da un semplice “click”, urge ritrovare con forza una riflessione sul Senso e sul rapporto dell’uomo con la Tecnica.

E’ fondamentale riuscirci, prima che la storia proceda, così come sta accadendo, verso chip e altre sofisticherie tecniche sotto pelle ed intra-organi capaci non solo di curare, ma di cambiarci nel profondo e allontanarci dalla nostra dimensione umana di – anche se spesso illusi – detentori della nostra libertà. Se ciò non dovesse accadere, in un prossimo futuro, spenta la luce per un corto circuito, chi sarà in grado di accendere una candela non solo per se stesso, ma per la sua comunità?