L'addio a Fidel e il futuro del riavvicinamento USA-Cuba

27.11.2016

La fine dell'ex leader cubano, leggendaria ed indimenticabile figura di rivoluzionario, è un momento triste della storia mondiale, sebbene non giunga inattesa, vista la sua età molto avanzata.

E' facile prevedere che Cuba vivrà un lungo periodo di lutto e che il funerale di Fidel vedrà una partecipazione record di tutti i leader del mondo, a cominciare dallo stesso Obama. Il Presidente degli Stati Uniti d'America vorrà probabilmente sfruttare l'occasione per rilanciare la sua politica di riavvicinamento con Cuba, forse farà una serie di commenti positivi ed ottimistici sulla vita e l'eredità politica di Castro, cercando di ottenere l'appoggio e la simpatia degli abitanti dell'isola.

Il neo-eletto presidente Trump, al contrario, cercherà di rivedere alcuni singoli punti del programma di riavvicinamento USA-Cuba, per tenere fede alle promesse fatte in campagna elettorale agli esuli cubani anti-comunisti della Florida, ma difficilmente invertirà completamente la rotta tracciata dal suo predecessore. Questo perchè Raul Castro sarà presumibilmente più flessibile nei confronti delle richieste americane di quanto non fosse stato quando il fratello era ancora in vita.

Non bisogna dimenticare che Fidel attese un tempo misteriosamente lungo prima di commentare il riavvicinamento tra USA e Cuba, offrendo spazio alla ragionevole ipotesi che non condividesse del tutto la strada intrapresa da Raul. Il mondo ebbe notizia dei colloqui segreti il 17 dicembre 2014, ma dovette aspettare fino al 27 gennaio 2015 prima di ascoltare il tardivo e tiepido sostegno di Fidel al negoziato, trasmesso peraltro solo con una lettera letta in televisione e non attraverso un videomessaggio. Indirizzando la sua lettera alla Federazione degli Studenti Universitari, in quella circostanza Fidel affermò: 

"Non mi fido della politica degli Stati Uniti e non ho scambiato nemmeno una parola con loro, ciò non significa non auspicare una soluzione pacifica dei nostri conflitti o voler minacciare uno scenario di guerra. Difendere la pace è un dovere di tutti.

Qualsiasi soluzione negoziata e pacifica dei contenziosi esistenti tra gli Stati Uniti e i popoli dell'America Latina, di qualsiasi popolo si tratti, che non implichi l'uso della forza, deve essere condotta secondo i principi e le norme del diritto internazionale.

Noi dobbiamo cercare di perseguire la cooperazione e l'amicizia con tutti i popoli del mondo, compresi i nostri avversari. Questo è ciò che chiediamo per tutti.

Il Presidente della Repubblica cubana ha assunto provvedimenti in proposito pertinenti e coerenti con le sue prerogative e le facoltà concessegli dall'Assemblea Nazionale e dal Partito Comunista Cubano".

Saggiamente il leader rivoluzionario, con un atteggiamento assai simile a quello tenuto dall'ayatollah iraniano, aveva deciso di prendersi un tempo siginificativamente lungo prima di concedere la propria benedizione agli sforzi diplomatici intrapresi dai propri rappresentanti politici nei confronti degli Stati Uniti. Questo con lo scopo di comunicare implicitamente le proprie riserve sulla politica avviata, senza però fare marcia indietro, sconfessando così l'operato del governo, cosa che avrebbe determinato un'apertura strategica sul fronte diplomatico agli USA, offrendo loro l'opportunità di sostenere la tesi che "il regime è diviso".

Allo scopo di presentare comunque un fronte stabile e unito, Fidel e l'ayatollah avevano deciso di gettare il proprio peso politico dietro gli sforzi di Raul e Rouhani, sebbene fossero abbastanza avveduti da non affermare ancora di fidarsi completamente degli Stati Uniti, temendo che le trattative potessero o fallire a causa di un tradimento degli USA o essere utilizzate da Washington per favorire in qualche modo il vero obiettivo a lungo termine: il cambio di regime a L'Avana e a Teheran.

L'esitazione di Fidel e dell'Ayatollah ad esprimere il proprio appoggio all'operato dei politici è servita anche a tenere a bada le reazioni di coloro che i Media Mainstream chiamano "conservatori" o "fautori della linea dura", presenti nello "Stato profondo" (militari, intelligence e burocrazia diplomatica). Questa fazione non è affatto così pericolosa come i media statunitensi vorrebbero di proposito far credere al mondo, sono semplicemente saldamente ancorati ad un patriottismo multipolarista e diffidenti nei confronti degli USA, a prescendere da ciò che essi dicono o fanno.

Con la fine di Fidel, tuttavia, è facile scommettere sul fatto che Raul adotterà una serie di misure finalizzate a sostituire gradualmente i quadri dello "Stato profondo" fedeli al fratello con i propri più filo-occidentali, esattamente come ha cercato di fare Rouhani in Iran per via elettorale. Tale fenomeno però avrà un'efficacia assai più profonda nella piccola Cuba, dove Fidel rappresentava il punto di riferimento, non solo simbolico, della sua corrente. La sua morte renderà ancor più facile per Raul realizzare quei cambiamenti volti a raggiungere un accordo completo con gli Stati Uniti.

L'unica cosa che potrebbe invertire questo processo ormai irreversibile è un atteggiamento di Trump fortemente contrario al riavvicinamento voluto da Obama, che lo porti ad assumere misure inaccettabili per una nazione orgogliosa come Cuba, congelando i colloqui e/o annullandoli in blocco. Ciò potrebbe dare coraggio ai "falchi/conservatori" che all'interno dello "Stato profondo" restano i portatori dell'eredità ideologica di Fidel e che potrebbero, a quel punto, riguadagnare influenza nel paese, per proteggerlo dalla nuova minaccia proveniente dal Nord.

Proseguendo il parallelismo con l'Iran, questo scenario si sta già verificando nella Repubblica islamica, già da prima dell'elezione di Trump: l'Ayatollah e i suoi consiglieri strategico-militari hanno appurato come da Washington non sia arrivato nulla di buono con l'accordo, mentre è proseguita la manipolazione di Daesh in Iraq e in Afghanistan (ai confini occidentali ed orientali dell'Iran), l'appoggio militare coperto e la formazione dei terroristi curdi anti-iraniani e la collaborazione con l'India nel Baloch, volta a fomentare il terrorismo nel vicino Pakistan (con inevitabili ripercussioni nelle province iraniane confinanti del Sistan e del Belucistan).

Un simile processo di ritorno alla "linea dura/conservatrice" all'interno dello "stato profondo" cubano potrebbe aversi qualora la leadership politica dell'Avana prendesse coscienza della minaccia asimmetrica che gli si para davanti, liberando dell'ingannevole benda che gli Stati Uniti hanno posto davanti ai loro occhi. Esattamente come in Iran, a Cuba gli Stati Uniti restano fermamente impegnati ad invertire il processo rivoluzionario multipolare, a prescindere dalle dichiarazioni ufficiali e dalle posizioni assunte di recente.

Le linee guida della strategia americana nell'emisfero occidentale sono, infatti, fortemente strutturate e mirano a ristabilire la propria egemonia sull'isola strategica di Cuba, un tempo sotto il completo controllo USA, allo stesso modo in cui essi continuano ad adoperarsi in Persia con l'obiettivo di dominare quel pivot cruciale che essa rappresenta, luogo di intersezione tra Asia occidentale, centrale e meridionale.

Le polemiche e i comportamenti possono modificarsi e passare da uno stile più aggressivo ed apertamente ostile ad uno più ingannevole, basato su parole d'ordine come "riavvicinamento" e "coesistenza reciproca", ma la sostanza rimane sempre, inequivocabilmente la stessa: il fine resta quello di minare la forza degli avversari geo-strategici degli Stati Uniti, con le buone o con le cattive. L'amministrazione Obama ha intelligentemento deciso di giocare le sue carte su di un "rebranding" radicale della politica estera USA, prouovendo, tramite i Media Mainstream, la percezione che l'America fosse "in ritirata" e che l'inesperto ed ideologicamente ingenuo Obama fosse finalmente pronto ad offrire concessioni ai rivali storici del suo paese, i quali avrebbero fatto bene ad accettarle, sfruttando l'attuale "debolezza" degli Sati Uniti.

Come si può comprendere dallo studio del caso iraniano, tutto questo non era altro che un'illusione perpetrata su larga scala e meticolosamente prodotta allo scopo di ingannare la Repubblica islamica, disarmando coloro che sospettavano che gli USA stessero soltanto offrendo un novello Cavallo di Troia. Washington ha rimodulato i suoi obiettivi, spalmandoli sul lungo periodo, in modo tale da semplificare l'azione di controllo e di influenza, nella consapevolezza che le resistenze dei propri avversari sarebbero state indebolite a tal punto da poter innescare rivoluzioni colorate o una Guerra Ibrida volte a paralizzarli dal di dentro e riportarli progressivamente sotto la sfera di influenza degli Stati Uniti.

A dire il vero, si tratta della stessa tattica utilizzata contro la Russia con il famigerato "Reset", per quanto lo "Stato profondo" moscovita sia prontamente rinsavito ed abbia adottato pro-attivamente le misure necessarie a reprimere non solo ogni tentativo volto a sovvertire il regime, ma anche le dirompenti ONG attive all'interno dei suoi confini. Il mondo intero è testimone del fatto che gli Stati Uniti, pur avendo offerto "il ramoscello d'ulivo" del "Reset" alla Russia, abbiano poi fomentato una nuova destabilizzazione dell'Ucraina, sfociata nel terrorismo urbano, oggi comunemente noto come "EuroMaidan", facendo scattare una nuova Guerra Fredda da tempo pianificata.

Proprio come hanno tradito la Russia, gli Stati Uniti hanno fatto lo stesso con l'Iran, attraverso molteplici e complementari macchinazioni da Guerra Ibrida realizzate attraverso Daesh, terroristi curdi anti-Teheran e separatismo militante Baloch in Pakistan, oltre a tutti gli sforzi posti in essere per organizzare le infrastrutture sociali propedeutiche ad una nuova "rivoluzione verde".

Per quanto riguarda Cuba la situazione è pericolosamente simile. Gli Stati Uniti stanno attivamente portando avanti quella che potrebbe essere definita una "Operazione Condor 2.0", ovvero un'iniziativa a livello di teatro volta a rovesciare i regimi socialisti, di sinistra, multipolaristi, presenti nell'emisfero occidentale, con governi di destra e filo-americani. Il primo colpo di Obama è stato sferrato in Honduras nel 2009, dopodichè un'azione simile è stata realizzata in Paraguay con il "colpo di stato costituzionale" del 2012. Nel frattempo Venezuela, Ecuador e Bolivia hanno dovuto affrontare disordini da Guerra Ibrida: in particolare la Repubblica Bolivariana è stata vittima di questo attacco con un'intensità maggiormente visibile. 

Il governo argentino, per parte sua, è stato pacificamente cambiato nel 2015, anche se l'esito delle elezioni è stato strutturalmente condizionato dagli Stati Uniti, manipolando la situazione economica tramite l'aggressione effettuata per mezzo dei "fondi avvoltoio" ed altri strumenti di destabilizzazione asimmetrica (anche mediatica), volti a minare il sostegno popolare al successore politico della Kirchner. Infine, come noto, gli Stati Uniti all'inizio di questa estate hanno innescato un altro "colpo di stato costituzionale", stavolta in Brasile.

Vista la sequela di cambiamenti di regime avutasi nell'intero emisfero occidentale, è da ingenui credere che Cuba - la quale è assai più debole del Venezuela sotto tutti gli aspetti - possa essere un'"eccezione" e sfuggire all'ira unipolarista degli Stati Uniti, tanto più che essa ha, per un tempo assai più lungo di altri paesi, svolto il ruolo di avversario regionale di Washington. Ciò che sta avvenendo in questo momento è nientemeno che un'operazione di "cambiamento di regime a livello di teatro": praticamente una "Primavera Araba", ma organizzata e calibrata sulle peculiari specificità del Sud America sulla base del retaggio storico rappresentato dalla guerra fredda e dell'Operazione Condor. 

Quanto più "il progresso" farà passi avanti nell'area, tanto più gli Stati Uniti potranno indebolire efficacemente il sostegno multipolare che sottende alla sicurezza internazionale di Cuba. Non è ancora chiaro con precisione in che modo gli USA agiranno sull'isola: con un progressivo e strutturale cambiamento in senso filo-americano come in Myanmar, con un "colpo di stato costituzionale" come in Paraguay e in Brasile, con una rivoluzione colorata/Guerra Ibrida come in Ucraina o con qualche altra modalità di azione non ancora sperimentata. Ciò che è certo, però, è che Cuba non è mai stata tolta dalla "black list", tanto per cominciare (nonostante la retorica di Obama e le iniziative ufficiali), e che il rafforzamento dei "moderati" di Raul all'interno dello "Stato profondo", a danno dei "falchi/conservatori" fedeli a Fidel, all'indomani della morte dello storico leader, può solo contribuire al raggiungimento di uno qualunque degli schemi nefasti che gli Stati Uniti stanno progettando con pazienza contro il loro perenne rivale geostrategico.