La Battaglia di Tolentino (1815)

22.03.2017

La battaglia di Tolentino è considerata il momento culminante del primo tentativo di Unità d’Italia, quello che non partì dal Nord della Penisola ma dal Regno di Napoli di Gioacchino Murat.

Anche se questo sforzo non fu coronato dal successo, cionondimeno ebbe un valore morale e di testimonianza patriottica che funse da apripista per il successivo Risorgimento. Mi sono basato per la ricerca principalmente, ma non solo, sul volume“Gioacchino Murat Re di Napoli. L’ultimo anno di regno (maggio 1814-maggio 1815). Tomo quarto: Tolentino (30 aprile- 4 maggio)” del comandante francese Maurice - Henri Weil, concepito come parte dell’opera Joachim Murat, roi de Naples. La derniére année de régne. (Mai1814-1815) in cinque volumi, tutti pubblicati a Parigi tra il 1909 e il 1910, di cui questo testo rappresenta la seconda parte del quarto tomo, riedito dall’Associazione Tolentino 815 per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, ricorso nel 2011. L’Associazione Tolentino 815 è appunto nata con il precipuo scopo di organizzare i diversi eventi, nella Provincia di Macerata e nella Regione Marche, per ricordare la guerra austro-napoletana. 

La battaglia di Tolentino è importante per noi principalmente sul piano politico perché fu l’apice della prima campagna d’indipendenza italiana iniziata a Napoli il 15 marzo 1815 e conclusosi il 25 maggio dello stesso anno con il Trattato di Casalanza che riportò a Napoli i Borbone.

La guerra austro-napoletana fu determinata dalla fuga di Napoleone dall’Elba, il 26 febbraio 1815, e dalle indecisioni da parte del Congresso di Vienna sul destino di Murat, che spinsero quest’ultimo a riconciliarsi con l’Imperatore dei Francesi e a battersi contro gli austriaci.

Il 15 marzo 1815 Napoli dichiarò guerra all’Austria e Murat, con una parte dell’esercito, si mosse verso l’Emilia con lo scopo di sollevare l’Italia Settentrionale contro la dominazione austriaca e per unificare la Penisola. La popolazione italiana fu avvisata di questo primo tentativo di liberazione nazionale con il Proclama di Rimini il 30 marzo (in realtà questo importante documento fu stampato il 12 maggio, con la falsa data del 30 marzo, per illudere i napoletani sulla partecipazione del resto d’Italia in questo conflitto).

Nonostante ciò il sollevamento delle popolazioni emiliane e romagnole, considerata una mossa strategicamente importante per minare le forze austriache sistemate nella zona, non avvenne a causa della generale stanchezza causata dalle continue guerre napoleoniche.

Murat per smuovere la situazione decise di sferrare un attacco al ponte di Occhiobello, in Provincia di Rovigo, per superare così il lato destro del Po e raggiungere la Lombardia dove sperava di essere ben accolto dalla popolazione locale e dai veterani dell’esercito italico. Durante la battaglia, svoltasi tra l’8 e il 9 aprile contro il generale von Mohr, Murat venne a sapere che anche la Gran Bretagna era entrata in guerra contro Napoli. Una situazione che costrinse il sovrano a ritirarsi per difendere la capitale sguarnita e la sua famiglia.

Gli austriaci lo inseguirono con due colonne guidate dai generali Neipperg e Bianchi, che cercarono il più celermente possibile di superare i due versanti degli Appennini.

Arriviamo così al 30 aprile e al 1° maggio 1815, due giorni cruciali per la preparazione della battaglia che avrebbe deciso le sorti dell’intera campagna militare visto che entrambi i contendenti stavano mettendo sulla bilancia le loro migliori unità. L’Impero austriaco poteva disporre in quel momento di poco più di undicimila fanti, circa millecinquecento cavalieri e ventotto cannoni, impresa non da poco avendo dovuto superare gli impervi Appennini. I napoletani invece erano poco più di venticinquemila fanti, quattromilasettecentonovanta cavalieri e cinquantotto cannoni.

Lo scontrò si svolse tra il 2 e il 3 maggio mentre il quattro avvenne il ritiro di Gioacchino timoroso di non riuscire ad arrivare in tempo a Napoli per salvare la moglie e i figli dagli anglo-siciliani. Durante la campagna militare ci fu un complesso walzer diplomatico tra le diverse capitali europee, sostanzialmente Napoli, Vienna, Londra, Parigi e Palermo per decidere il destino di Murat e dei Borboni di Napoli.

Tra i protagonisti politici di quei giorni convulsi va senz’altro ricordato Talleyrand che, da buon opportunista qual era, si fece pagare sia da Murat sia da Ferdinando IV, promettendo a entrambi di mantenerli sul trono, scegliendo alla fine l’innocuo Ferdinando.

Il teatro della guerra austro-napoletana, di cui la battaglia di Tolentino fu l’apice, ebbe come luogo di scontri l’Emilia Romagna, le Marche e la Lombardia e fu decisa ancora prima di Tolentino, dal senso di spossatezza che ormai pervadeva la Penisola, desiderosa solo di pace. A dimostrazione di ciò solo poche centinaia di veterani dell’ex esercito italico si presentarono a Murat a favore di un’Italia unita, concetto che non aveva ancora preso sufficientemente piede tra le popolazioni italiane di allora.

Invece tra gli avversari del sovrano di Napoli, guidati dal feld-maresciallo austriaco di origine italiana, Federico Bianchi, ci furono tremila soldati italiani tra cui ricordiamo per la fanteria un battaglione proveniente dal Ducato di Parma, un altro da Modena, tre dal Granducato di Toscana e un reparto di cavalleria sempre di quest’ultimo Stato.

L’esercito di Murat ebbe come Capo di Stato Maggiore Generale il Luogotenente generale Millet de Villeneuve e fu composto di due divisioni: la I° guidata dal generale Michele Carrascosa e la II° al comando di Angelo D’Ambrosio, che fu costretto a cedere il comando della sua unità al generale d’Aquino a causa di una ferita che lo mise fuorigioco il giorno prima della battaglia.

Alla guida dello Stato Maggiore di Bianchi fu scelto il colonnello Fleischer; inoltre era presente sul campo di battaglia la divisione del Feld-Maresciallo Luogotenente conte Adam von Neipperg; la divisione del barone Johann von Mohr; la divisione di Laval Nugent von Westmeath e la divisione del principe di Wied-Runkel.

Secondo Wiel la battaglia di Tolentino può essere ancora d’insegnamento, non tanto per lo svolgimento militare dello scontro, ma per l’influenza che le forze morali ebbero su di essa. Murat si convinse di aver perso, nonostante la prima giornata la situazione si fosse conclusa a suo favore. Si arrivò, invece, ad una disfatta che poteva essere evitata se il Re di Napoli si fosse comportato come ai tempi in cui era al comando della cavalleria della Grande Armata, cioè senza avere altri obiettivi che non fossero quelli militari. Inoltre alcuni dei suoi generali, tra cui d’Aquino, si comportarono in modo ignominioso disattendendo gli ordini del loro sovrano e lasciando i loro soldati spesso da soli e senza ordini chiari.

Al contrario non solo Bianchi mantenne sempre un invidiabile sangue freddo ma anche i suoi generali si distinsero per capacità di giudizio e rapidità nel comando. I soldati napoletani e quelli austriaci si differenziarono solo quando i primi, dopo essere stati abbandonati da alcuni loro ufficiali, si precipitarono in un’ignominiosa fuga ma fino a quando furono ben diretti entrambi gli eserciti dimostrarono tutto il loro valore.

Secondo Wiel però: “il folle tentativo di Murat, lungi dall’essere sterile, ha in realtà aperto ai patrioti italiani la via nella quale si sarebbero poi impegnati, la via che […] avrebbero seguito per mezzo secolo fino al giorno del trionfo definitivo della resurrezione dell’Italia, della ricostituzione dell’unità nazionale.” Credo sia importante ricordare che Weil nell’ultima nota del volume citato riporti il dato che Macerata fu a tal punto influenzata da questa battaglia per l’Unità del paese da essere teatro pochi anni dopo, nel 1817, di uno dei primi moti insurrezionali a favore dell’Italia unita.