Il ritorno dell'Italia nel Corno d'Africa

21.01.2017

Nel 2013 l’Italia è tornata nel Corno d’Africa, con la costruzione di una base militare nella piccola ma decisiva Repubblica del Gibuti.

E’una notizia a cui pochi giornali fino ad ora hanno dato risalto, tra questi Il Sole 24 Ore e Il Giornale.

Gibuti, o Djibuti alla francese, è un paese di fondamentale importanza per chi ha interesse a controllare il Bab el Mandeb (che in arabo vuol dire Porta del lamento funebre!), Stretto che congiunge il Mar Rosso con il Golfo di Aden e con l’Oceano Indiano. Conta meno di un milione di persone, principalmente di etnia somala, e confina con l’Eritrea, l’Etiopia e la Somalia. la religione prevalente è quella musulmana e le lingue ufficiali sono l’arabo e il francese. Quest’ultima è dovuta alla presenza coloniale francese, che acquistò il paese, nel 1862, da alcuni sultani locali con lo scopo di controbilanciare la presenza britannica ad Aden.

Nel 1888 i francesi iniziarono a costruire la città di Gibuti, che in breve tempo avrebbe rappresentato l’accesso al mondo per l’Etiopia con la costruzione della ferrovia Addis Abeba-Gibuti.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale i somali iniziarono a diventare una pericolosa spina nel fianco per i governi di Parigi a causa della loro volontà di unirsi agli altri popoli somali, che dalla seconda metà dell’800 erano stati divisi dalle esigenze coloniali inglesi, italiane e francesi.

Dopo alterne vicende la Francia accordò l’indipendenza a Gibuti, il 27 giugno 1977, che non si unì alla Somalia, per motivi economici e di geopolitica, mentre Parigi rimase nel paese, con un proprio contingente di truppe, per mantenerne la stabilità.

Ci sono stati negli anni novanta e nei primi anni del 2000 scontri sanguinosi, tra opposte fazioni, per la conquista del potere ma in questi ultimi anni la situazione è tranquilla paragonata all’area circostante.

Oltre ai francesi si sono aggiunti, a partire dall’ottobre 2002, gli americani, che si sono stabiliti nell’ex base francese di Camp Lemmonier. La motivazione è semplice: il paese è un’oasi di stabilità in mezzo ad un contesto instabile ma ricco di opportunità per chi sa agire con decisione. Il problema costituito dalla pirateria ha ulteriormente rafforzato l’interesse del Mondo verso questo piccolo paese, che costituisce una base sicura per chi è interessato a sgominare questo pericolo per il commercio mondiale.

Proprio l’esigenza di difendere le sue navi commerciali ha portato i giapponesi, a partire dal luglio 2011, a stanziare a Gibuti un contingente di centosettanta militari a difesa di una piccola unità di aviazione composta da due Lockeed P-3 Orion. Ad oggi ve ne sono duecento e Tokyo ha chiesto di allargare la base aerea per ospitare alcuni C-130 per trasporto truppe.

Gli italiani, nel 2013, hanno costruito una base, per il supporto alle nostre forze aereo-navali antipirateria, che può ospitare trecento uomini Ad oggi ve ne sono circa ottanta è il nome ufficiale è Base Militare Italiana di Supporto. I primi reparti dislocati sono stati inviati dal 1° Reggimento San Marco, con la funzione di difendere i mercantili civili che passano in loco. Dall’agosto 2014 si sono aggiunti, dall’Aeronautica, aeromobili a pilotaggio remoto MQ-1 Predator da ricognizione, impiegati in appoggio alla Missione Europea Anti-Pirateria.

A tutti questi attori si è aggiunta la Cina, che ha acquisito una base, ad Obock, lontana otto miglia dagli americani. Potrà contenere tra i duemila e i tremila uomini, navi militari, depositi di armi e un eliporto.

La sfida per il controllo del Mondo passa anche di qua. Nei prossimi anni ne vedremo sicuramente delle belle in questa parte del Globo.