Il perverso sistema di supporto alle Banche italiane tra redditività e finanziamenti pubblici

28.10.2016
Seconda puntata della rubrica settimanale dedicata alle distorsioni del sistema bancario.

Meno costi uguale maggior profitto: è questa la linea degli Istituti Bancari italiani, che hanno intrapreso politiche per un drastico taglio del personale in nome dell’efficienza economica. 

E’ il caso degli istituti Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, di cui i media nazionali hanno recentemente trattato lo stato di crisi. Salvatore Rossi, Direttore della Banca d’Italia in un recente confronto pubblico ha dichiarato: " Il problema dei problemi delle nostre banche è la bassa redditività. Le banche italiane lo condividono con gran parte degli intermediari europei, per via delle deboli prospettive di crescita economica, dell’incremento della concorrenza, dell’eccezionale, ancorché temporanea, discesa dei tassi d’interesse. In Italia, tuttavia, il problema è particolarmente acuto e riflette anche l’elevato livello dei crediti deteriorati, lascito della lunga e profonda fase recessiva. Sebbene il deterioramento della qualità dei prestiti abbia mostrato di recente un rallentamento e siano state avviate prime operazioni di cessione delle “sofferenze”, lo smaltimento dello stock di crediti deteriorati richiederà inevitabilmente tempo (...) Occorre accelerare la razionalizzazione delle strutture organizzative centrali e della rete delle dipendenze sul territorio, in modo da riassorbire l’eccesso di capacità produttiva che si è determinato in questi lunghi anni di crisi". 

Ed è proprio attraverso la questione licenziamenti che è possibile fare un rewind di tutto quanto sta accadendo negli ultimi anni e che vede il sistema implodere con un trend di incontrovertibile gravità.

Il sostegno del Governo al “bubbone bancario” non è di poco conto.  Sono infatti in dirittura di arrivo le trattative tra politica, ABI e sindacati per una sorta di prepensionamento volontario di settore.

L’intervento è probabilmente legato alla volontà strategica di evitare la definizione di uno stato di crisi che indurrebbe le autorità UE ad intervenire con controlli ed analisi, paralizzando l’intero sistema. Ecco dunque la strada di un fondo che consenta la programmazione del taglio esuberi per le banche e la possibilità di evitare licenziamenti collettivi per i sindacati. 

Ricordiamo che mentre in finanziaria si prospettano oltre 600 milioni di euro per il fondo di sostegno alla crisi bancaria (e dunque ai licenziamenti), stanziamento che arriva dopo le garanzie che lo stesso Governo ha fornito attraverso la Banca Depositi e Prestiti in Europa per l’erogazione negli scorsi anni di finanziamenti a tasso vicino allo zero che dovevano servire per sostenere le PMI e si è trasformato in tempi brevissimi in aperture di credito al 13-14% di interessi (senza considerare commissioni ed oneri vari) ed al supporto che istituti come il Monte dei Paschi di Siena stanno oramai ottenendo da anni, dove addirittura lo Stato risulta tra i principali azionisti. 

Per essere ancor più chiari, mentre i piccoli imprenditori, stretti nella morsa creditizia del settore bancario, chiudono e/o sono costretti a licenziare migliaia di persone (oltre ai dipendenti dotati da copertura statale minima, ricordiamo i precari e gli esterni che non godono di nessuna copertura del rischio licenziamento), le stesse banche che non riescono più ad essere il motore dell’economia, beneficiano di aiuti a vario genere dallo Stato italiano e dunque dagli stessi consumatori.

Occorre ricordare inoltre come dal 1 ottobre 2016 i clienti degli Istituti di Credito o autorizzano l’addebito degli interessi sul conto corrente (capitalizzati) o chiedono l’incasso a sessanta giorni, coprendo sempre più spesso una parte del debito verso gli Istituti di Credito divenuto oramai insostenibile.

In definitiva tutto il sistema economico paga l’eccessiva propensione redditiva del sistema bancario, sostenendone indirettamente ed indirettamente il fallimento.

Tutto ciò mentre quasi chiunque prova a chiedersi quale sia la funzione di Banca d’Italia Spa, teoricamente organo di vigilanza, ma pur sempre realtà partecipata dai controllati.

In una spirale tutta italiana si consuma così, quasi sotto silenzio, la più grande crisi di settore degli ultimi 30 anni.