Dall'Operazione Barbarossa alla Gerussia: la via della pace europea corre sull'asse Berlino-Mosca

10.01.2017

Esistono due costanti diametralmente opposte nell'atteggiamento che le élites tedesche hanno storicamente tenuto nei confronti della Russia. Una radicalmente russofoba, l'altra sinceramente e tenacemente filo-russa.

Queste due tendenze attraversano trasversalmente gli schieramenti politico-culturali attivi in Germania, così come gli ambiti di operatività: diplomatico, militare, economico-commerciale, ecc.

Senza andare troppo indietro nel tempo, ma limitandosi esclusivamente alla storia moderna dello spazio tedesco, ovvero quella successiva all'unificazione che diede vita al Secondo Reich, è possibile notare come esse corrano in parallelo, talvolta sovrapponendosi o determinando clamorose inversioni ad U nella politica estera messa in atto da Berlino.

Scorrendo velocemente gli ultimi 150 anni di storia delle relazioni russo-tedesche è possibile partire dall'intesa costantemente cercata da Bismarck con l'impero zarista, coronata dall'Alleanza dei Tre Imperatori con la quale il Cancelliere di Ferro cercò di imbrigliare la rivalità tra Vienna e Mosca, passando per i vezzeggiativi tra parenti che caratterizzavano la corrispondenza privata che intercorreva tra Guglielmo II e Nicola II, che tuttavia non impedirono agli ufficiali dello Stato Maggiore della Reichswehr di predisporre piani di guerra impregnati dall'angoscia della "sindrome di accerchiamento" che puntualmente si verificò con lo scoppio della I Guerra Mondiale, allorchè la Germania fu costretta a combattere a ovest con la Francia e a Est con l'esercito russo.

Eppure anche nel corso della Grande Guerra, nonostante la durezza estrema delle battaglie sul fronte orientale, spesso disastrose per le forze armate dello Zar, non mancarono sia a Mosca che a Berlino tentativi concreti di raggiungere una pace separata, promossa da ambienti influenti tanto dell'una quanto dell'altra parte (si ricordi, ad esempio, che la zarina Alessandra era di origine tedesca), che misero in allarme i servizi segreti anglo-francesi. Cionostante fu proprio grazie ad un vagone piombato messo a disposizione da Ludendorff che Lenin riuscì a tornare in patria e a segnare il destino della famiglia imperiale dei Romanov, che portò poi all'implacabile pace di Brest-Litovsk, ispirata ai principi del più furioso anti-slavismo teutonico e all'idea che le vaste distese dell'Ucraina e della Russia europea potessero costituire una sorta di retroterra coloniale della Grande Germania a due passi dalla Porta di Brandeburgo.

La dialettica russofilìa-russofobìa si fa ancora più parossistica ed evidente nel primo dopoguerra. Subito dopo l'Italia Fascista, la Repubblica di Weimar fu la prima nazione europea a riconoscere l'Unione Sovietica ed a stringere con essa normali relazioni diplomatiche. Non solo. Con il Trattato di Rapallo le due grandi nazioni uscite sconfitte dal primo conflitto mondiale misero in campo una cooperazione ad ampio raggio ed in vari settori, che tra i suoi effetti ebbe, tra l'altro, anche quello di consentire la ricostruzione dei due eserciti, i quali avrebbero poi ingaggiato una lotta senza quartiere durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il confronto-scontro tra le due tendenze, presenti grosso modo in tutti i principali partiti attivi sulla scena della Germania weimariana, trovò modo di esprimersi vistosamente anche all'interno del Nazionalsocialismo. Soltanto il radicamento nello "Stato profondo" tedesco può spiegare come persino negli anni del Nazismo, il cui campione, Adolf Hitler, non aveva mai fatto mistero del suo antislavismo filo-inglese, potesse sopravvivere una componente filo-russa all'interno delle classi dirigenti germaniche che rese possibile il Patto Molotov-Ribbentrop, con cui, di fatto, Germania ed Unione Sovietica si spartirono nel biennio 1940-41 la Polonia e l'Europa Orientale.

La brutalità del conflitto scaturito dall'avvio dell'Operazione Barbarossa, conclusasi con la battaglia di Berlino attorno al bunker del Fuhrer e la conseguente divisione della Germania in una parte occidentale ed una orientale, simbolo della Guerra Fredda, avrebbe potuto sancire la definitiva scomparsa di una tendenza russofila. Così non fu, al punto che a cavallo tra gli anni '60 e gli anni '70 il primo cancelliere socialdemocratico della Germania Federale potè mettere in pratica quella famosa  Ostpolitik grazie alla quale è passato alla Storia.

La caduta del Muro di Berlino e la riunificazione tedesca, resa possibile dal nulla osta concesso dall'ultimo leader sovietico Mikhail Gorbachev, ha consentito alla Germania di esprimere con ancor maggiore evidenza tutta l'ambivalenza del suo rapporto con la Russia, ormai non più sovietica.

Di tutto questo e dell'attuale stato delle relazioni russo-tedesche si occupa Salvatore Santangelo nel suo recente saggio Gerussia. L'orizzonte infranto della geopolitica europea, edito da Castelvecchi.

Il concetto di "Gerussia" ha preso piede in particolare all'inizio degli anni Duemila, allorchè, soprattutto con il cancellierato di Schroeder il rapporto tra Berlino e Mosca è andato sempre più rafforzandosi, nonostante la politica estera tedesca sia saldamente vincolata dalla sua appartenenza, come nazione sconfitta, e sconfitta duramente, all'Alleanza Atlantica. Il dipanarsi di una partnership sempre più stretta, soprattutto in ambito economico-commerciale, quando non diplomatico, come in occasione della Seconda Guerra del Golfo nel 2003, tra Germania e Russia, resa possibile non solo dalla contiguità geografica e dal secolare interscambio culturale tra i due paesi, ma anche dalla complementarietà esistente tra una grande potenza manifatturiera ed un vasto impero tecnologicamente parzialmente arretrato, ma ricchissimo di materie prime, soprattutto nel settore idrocarburi, ulteriormente saldata  grazie alla realizzazione di grandi progetti infrastrutturali comuni, aveva spinto alcuni analisti ad ipotizzare, anche in seguito al significativo intervento tenuto al Bundestag da quel profondo conoscitore dell'universo tedesco che è il presidente russo Vladimir Putin, la nascita di un nuovo blocco geopolitico sull'asse Berlino-Mosca. La "Gerussia" appunto.

I recenti sviluppi delle relazioni diplomatiche tra i due paesi, in particolar modo quelli successivi alla crisi ucraina del 2014, hanno dimostrato che un simile orizzonte geopolitico non è facile da perseguire. Innanzitutto per le già ricordate limitazioni che la politica estera tedesca subisce dal 1945. Ma anche dalla persistenza dell'odi et amo con cui i tedeschi vivono il loro rapporto con i russi.

La Grosse Koalition della Cancelliera Merkel rappresenta in modo esplicito tale ambivalenza. La pragmatica Angela non ha mai fatto mistero della sua diffidenza verso il Cremlino e della sua comprensione per le paure che condizionano i comportamenti dei paesi dell'ex blocco comunista nei confronti del grande impero eurasiatico. Questa impostazione ha suggerito, soprattutto negli ultimi anni, alla leader cristiano-democratica una politica orientale che potrebbe ricordare la geopolitica a cui si ispirarono i delegati tedeschi a Brest-Litovsk, volta a sottrarre allo spazio di manovra russo tanto il Baltico, quanto l'Ucraina, per assorbirlo in quello tedesco (previo benestare di Washington). D'altra parte le simpatie filorusse del vicecancelliere Gabriel e del titolare degli Esteri Steinmeier non sono mai state un mistero, così come quelle di una parte significativa della bavarese CSU e della stragrande maggioranza degli industriali tedeschi, che hanno cercato in ogni modo di attenuare l'iperatlantismo merkeliano, soprattutto in occasione dei momenti di frizione più gravi, come le recenti sanzioni antirusse.

Dagli sviluppi delle relazioni tra i due paesi, soprattutto in un momento di crisi e di incertezza senza precedenti per l'Europa e per l'intero ordine mondiale, dipende gran parte anche del nostro futuro, come giustamente sottolinea Santangelo, che non manca di evidenziare come relazioni corrette tra le due nazioni sono un presupposto indispensabile per garantire la Pace nel continente, come la storia degli ultimi 150 anni ha ampiamente dimostrato.

Un richiamo, quello dell'autore, tanto più attuale, in quanto in alcuni ambienti, anche e soprattutto francesi, sembrano tornare in auge schemi che vanno ad interpretare la forza geo-economica della Germania - ed il suo ruolo di nazione "egemone" dell'Unione Europea - secondo modelli assai simili a quelli in voga negli anni immediatamente precedenti al 1914 e che, esasperando la diffidenza nei confronti del dinamismo tedesco, portarono allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. E che si aggiungono all'imponente deflagrazione geopolitica rappresentata proprio da "Euromaidan".